Abbiamo sempre più bisogno di contatto(o)

Alessandra Savino

“Voglio restare sul tuo corpo come un tatuaggio/Che è per farti coraggio e proseguire il viaggio”. Con questi versi interpretati dalla voce di Ornella Vanoni – il brano è Tatuaggio del 1991 - vogliamo approfondire il mondo del tatuaggio. Lo conosciamo bene o ne siamo distrattamente assuefatti? È un fenomeno diventato negli ultimi decenni mainstream? È inflazionato o si sta prendendo un posto d’onore tra le forme d’arte? Che cosa motiva sempre più persone a lasciare un segno permanente sulla propria pelle? 

La storia del tatuaggio è millenaria, appartiene a tante culture quante sono le sue declinazioni. La matrice comune ha sicuramente a che fare con il senso di appartenenza o di esclusione a un gruppo. Nel primo caso, può aver sancito un rito di iniziazione, come la transizione dall’adolescenza all’età adulta, conservando il ricordo del dolore come atto trasformativo. Ha altresì rappresentato un simbolo di protezione per i marinai in alto mare, un segno di forza e di riconoscimento sociale per i guerrieri, ma oltre allo status ha assunto parallelamente un significato magico-terapeutico. Lo dimostra Ötzi, l’uomo preistorico di circa 5300 anni fa venuto dal ghiaccio, che sulla sua pelle contava ben 61 disegni. Nel secondo caso, si trattava di un marchio punitivo, l’impronta visibile di una condizione di marginalità e di subordinazione, una vera e propria mappatura epidermica in grado di contraddistinguere un ex schiavo o un criminale. 

Che cos’è cambiato da allora? Lo abbiamo chiesto a tattoo artist e ai loro clienti. In tutte le risposte raccolte il tatuaggio appare come una cicatrice curativa, il passaggio di un cambiamento impresso a vita sulla pelle, che viene in aiuto, con il suo grande bagaglio storico sia di carisma che di stigma, quando la voce e altri riferimenti identitari non bastano a parlare di noi. Poi abbiamo intervistato Camilla Rinaldi, illustratrice per la rivista Linus e guest presso Checker Demon Tattoos di Luke Atkinson a Stoccarda, e Fiamma Olivieri, tattoo artist e piercer, sui social come “Te Lo Faccio Brutto”.

Per Camilla Rinaldi il tatuaggio permette di stare a stretto contatto con le persone. «È una soddisfazione vedere che una mia creazione, che sia un flash già pronto o un progetto studiato ad hoc, rimarrà per sempre sulla pelle di un cliente». «Fin da bambina – dice Fiamma Olivieri - ho avuto la passione per i tatuaggi, dai trasferelli a quelli che disegnavo con il pennarello. Mia madre, la mia più grande sostenitrice, per il mio ventunesimo compleanno mi ha regalato il primo kit per tatuare. Un ago, dell’inchiostro e la stasi angosciante della quarantena mi hanno spinto a esercitarmi e ad intraprendere questa avventura. I primi li ho fatti a familiari e amici, cui sono immensamente grata ancora oggi per essersi fidati prestandomi la loro pelle per queste sperimentazioni. Per me il tatuaggio è uno strumento di libertà espressiva e di connessione potentissima. È il luogo in cui vengono fuori le vulnerabilità di entrambe le parti». 

Si dice che il tatuaggio sia un mezzo per migliorare il rapporto con la propria immagine corporea. Quali sono i motivi più frequenti per cui sempre più persone scelgono di tatuarsi?

«Secondo la mia esperienza – racconta Camilla Rinaldi - le persone si tatuano per una forma di accettazione, in primis personale ma di certo anche sociale. Già nell’atto del tatuaggio c’è un passaggio di testimone, attraverso il processo artistico si affida un pezzo del proprio vissuto nelle mani di un esperto che lo tramuta in un segno indelebile. Questo gesto ci aiuta a individuare la natura relazionale insita del tatuaggio. È uno scambio che trascende i limiti della professione, diventa uno spazio di ascolto e di circolo di energie».

«La scelta del tatuaggio non è solo profondamente personale, ma anche necessaria – afferma Fiamma Olivieri - Per le persone che tatuo è vitale far cicatrizzare in questo modo una ferita per imprimere la memoria di chi sono stati. Persino l’abbellimento più superficiale nasconde sempre motivazioni più intime. Diventa un richiamo di amor proprio e di perseveranza».

In base alla vostra esperienza com’è cambiato negli ultimi anni il mondo del tatuaggio? Con l’aumentare dell’interesse avete riscontrato più vantaggi o c’è qualcosa nella cultura di massa che si sta perdendo rispetto, per esempio, alle tradizioni originali?  

Camilla Rinaldi: «Il tatuaggio non sarà mai svuotato del suo simbolismo. Non è solo un accessorio, ma un segno che rappresenta in ogni caso una parte di noi, uno strato del nostro vissuto. Sono contraria alla deriva che stanno prendendo le scuole e i centri di formazione specializzati, sembrano delle catene di montaggio. Il tatuaggio è un’arte autentica che si trasmette osservando la manualità direttamente sul campo, seguendo le orme dei propri maestri di riferimento e costruendo la propria cifra stilistica con visione e disciplina. Non sempre ciò che va per la maggiore è giusto e rende fede al servizio. Il tatuaggio non può essere ridotto a un prodotto, a qualcosa che si consuma. 

Fiamma Olivieri: «L’innovazione non implica la distruzione della tradizione, anzi. Se pensiamo agli stereotipi negativi sono diminuiti progressivamente. È innegabile che il concetto in sé e l’approccio al tatuaggio siano cambiati. Non è più solo una questione di esecuzione e di tecnica, ma anche di affinità tra artista e cliente. Al di là del tratto e dello stile, nell’equazione rientra il comfort. Si tratta di un dialogo corpo a corpo, la pelle è un organo sensibile e per questo merita delicatezza ed empatia. Non parlo solo di vibrazioni positive, ma proprio di sicurezza».

Apertura, risonanza, fiducia e soprattutto contatto: queste sono le parole chiave di Camilla e Fiamma. Dunque, il tatuaggio non è affatto solo il risultato finale, ma racchiude l’intera esperienza del racconto, condensato in una o più sedute in cui l’inchiostro costituisce il sigillo di questa confessione. Come una vera e propria operazione liturgica.  

Ora veniamo alle opinioni di chi si è trovato steso sul lettino spesso con gli occhi socchiusi o con i denti digrignati, immersa in un silenzio sacro e catartico. 

Cosa ti ha spinto a tatuarti la prima volta?

A.G. «Appena maggiorenne ero già rapita dai tatuaggi. Per me avevano qualcosa di magnetico. Mi reputo una persona molto composta e il tatuaggio riesce a cacciare fuori una parte di me più aggressiva, scomoda, rumorosa. Fa affiorare una rabbia sana, istintiva. In merito a questo, adoro la tecnica del free hand: io spiego che cosa cerco e l’artista mi viene incontro proponendomi la sua versione sul momento, come un’improvvisazione musicale.

S.P. «Il mio primo tatuaggio è stata la conchiglia che simboleggia il Cammino di Santiago. Ero andata in solitaria, tra mille difficoltà e tentennamenti, è stato un modo per uscire da un periodo molto buio della mia vita. Anche se il tratto è imperfetto e non mi piace granché, ho deciso di non rimuoverlo perché mi ricorda gli incontri che ho fatto durante quel viaggio e gli insegnamenti umani che mi lasciato. È una sorta di promemoria di speranza e di spiritualità».

In che modo ti permette di esprimere te stessa?

E.S. «Come ballare, cantare e stare in mezzo alla natura così anche il tatuaggio aiuta a raccontarmi e a radicarmi. È qualcosa che mi permette di dare un senso a quello che sento ed è un modo per tenerlo con me il più possibile. È più di una passione, è un modo di essere. 

F.T. «Adoro la moda e tutto ciò che ha a che fare con la costruzione della personalità, per cui non potevo non avvicinarmi anche al mondo dei tatuaggi. Mi piace decorare il mio corpo e trattarlo come un’opera vivente. Non penso mero esibizionismo, c’è dell’altro. Non credo che me ne pentirò, anche se – come si dice - nulla è per sempre».

C’è uno stile che prediligi? 

C.I.: Da sempre fan del traditional o old school, adesso inizio ad apprezzare anche quello geometrico e ornamentale.

G.C.: Mi piace il fine line, le cose piccole e poco vistose. Preferisco che siano in luoghi strategici e nascosti del mio corpo.

Per te ogni tatuaggio ha una spiegazione profonda e personale o può essere anche semplicemente d’abbellimento? 

C.I.: Non è importante che abbiano un senso profondo, possono pure soltanto decorare una parte del mio corpo che sento poco familiare e che non riuscirei ad apprezzare senza. 

G.C.: È qualcosa di personale e di intimo, dedicato a momenti particolari e a persone che non ci sono più. Desidero mostrarli solo a chi è in grado di accogliere la mia fragilità. 

Il mondo del tatuaggio, seppur pieno di sfumature, di contraddizioni e di microcosmi interni, ha un denominatore comune da sempre: la catarsi. Che sia l’elaborazione di un lutto, l’accettazione di un frammento di sé, la dedica di un viaggio, l’impronta del proprio animale domestico o il nome di nostro figlio. Scardinando pregiudizi e false credenze, si scoprono delle realtà straordinariamente universali. E chiudiamo ancora con Ornella Vanoni: “Io sarò la cicatrice ridente e corrosiva/Marcata a ferro, a freddo, a fuoco in carne viva/Ancore, sirene, navi e un nido di serpenti/Che io ti incido in tutto il corpo, ma non senti”.

 

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