Ad mA.I.ora, scritto da Silvia Beillard – che ne cura anche la regia - è uno di quegli spettacoli che non si limitano a essere visti: si attraversano, si abitano, si portano via con sé. Un lavoro che affonda le radici nella grande tradizione del teatro intimista e di parola, pur proiettandosi in un futuro prossimo dominato dall’intelligenza artificiale, e che proprio per questo riesce a parlarci con una voce antica e necessaria. In scena un monolocale essenziale, quasi ascetico, dove trionfa il colore bianco. Pochi elementi, tutti carichi di senso. È il rifugio di Anna ed Eris, due sorelle - vestite di bianco - come sospese in una dimensione altra, fuori dal tempo. Un mondo in miniatura governato da un’IA che controlla la domotica, scandisce le giornate, offre assistenza medica virtuale e una finestra sul mondo esterno — un mondo che per Anna è ormai precluso. Questa scelta scenica, rigorosa e coerente, restituisce con forza il senso di isolamento e di dipendenza, lasciando che siano i corpi e le parole a riempire lo spazio. Anna, interpretata con intensità e misura da Cinzia Brugnola, è malata: una patologia neurodegenerativa ereditaria che consuma lentamente il corpo, la mente, le emozioni. Accanto a lei c’è Eris, la giovane Sara Mazzei, che affronta una prova tutt’altro che semplice, fatta di rinunce silenziose, di amore trattenuto, di rabbia mai del tutto detta. La sua interpretazione cresce scena dopo scena, fino a un cambio di registro finale che colpisce e commuove, strappando applausi sinceri. Da quando la malattia ha confinato Anna tra quelle pareti, Eris ha sacrificato ogni desiderio personale per prendersi cura di lei. Apparentemente tra le due non ci sono segreti, ma il testo è abile nel lasciare emergere, attraverso dialoghi serrati e mai didascalici, un passato che torna a farsi sentire: vecchie fratture, tensioni familiari sopite, verità rimaste in ombra troppo a lungo. Il rapporto tra le sorelle si costruisce e si incrina attraverso videochat, visite mediche affidate a intelligenze artificiali, album di ricordi digitali che servono a riempire un tempo altrimenti infinito. Si gioca, si ricorda, si litiga. E quando il mistero che si cela sotto il velo della malattia viene finalmente svelato, ciò che credevamo di sapere sull’intelligenza artificiale — ciò che pensavamo ci avesse tolto o donato — assume una prospettiva completamente diversa. È qui che Ad mA.I.ora mostra tutta la sua profondità: senza giudizi facili, senza slogan, ma ponendo domande vere, scomode, necessarie. Lo spettacolo fa della malattia una protagonista silenziosa ma ingombrante, così come delle scelte individuali che essa impone. Il testo di Silvia Beillard riesce in un equilibrio raro: fa sorridere e commuovere, intrattiene e ferisce con delicatezza. Alla fine, lo spettatore esce dalla sala portando con sé interrogativi profondi sull’impatto dell’intelligenza artificiale nelle relazioni umane, sulla solitudine dei malati, e soprattutto sul peso — spesso invisibile — di chi se ne prende cura. Ad mA.I.ora è teatro nel senso più alto e tradizionale del termine: un luogo in cui l’uomo guarda sé stesso, senza filtri, e prova a capire, anche solo per un istante, cosa significhi davvero amare.


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