Teatro: diario di una resistenza

Silvia Beillard

La luce è quella fioca delle piccole sale, dove sei letteralmente seduto gomito a gomito col tuo vicino di poltroncina, uno di quegli spazi che sembrano trattenere il respiro della città, in un’apnea che speri che duri il più possibile. Lo spettacolo è un omaggio a Gaber suonato e recitato da colleghi talentuosi. Qui, tra queste pareti che hanno visto più prove che applausi, in questa dimensione di prossimità, dove il teatro è ancora un fatto di carne e ossa, mi è tornata in mente una verità, ovvia per chi conosce queste sale: l’arte non risiede nel nome da cartellone, nella scenografia da opera lirica o nella cronaca dei fatti, ma abita la precisione di un gesto che segue la parola ed evoca, emoziona, incanta, senza bisogno di spiegarsi, di essere capito o ancor meno, di essere facile.

Da anni occupo questo spazio di “teatro marginale” e a ogni inizio anno la disillusione è una voce di fondo che mi invita a cambiare mestiere. Perché ogni anno mi chiedo “chi te lo fa fare ad affrontare tutte le fatiche di una messa in scena (dai buchi economici al disastro della burocrazia) per una spicciolata di pubblico che resiste alle grandi sale e si siede a un metro da te?”.

 

Autocelebrazioni da palcoscenico

E allora vai a vedere cosa propone il Teatro con la “T” maiuscola, per alimentare ancora un po’ quel senso di frustrazione e scomodità e, accanto a rarissime perle di onestà e poesia, mi ritrovo di fronte a produzioni mastodontiche, realizzate da cordate di teatri stabili e bandi succulenti, sbandierate come la nuova frontiera del teatro italiano. Ore e ore (perché se dura meno sei dozzinale) di autocelebrazione, rallentate da imponenti macchine sceniche, che ogni volta mi lasciano furibonda, per il budget investito e l’inutilità narrativa. Uno spettacolo che è utile a chi lo guarda solo per poter dire «io c’ero» e che trasforma la cultura in un bene di lusso autoreferenziale, un accessorio sociale più vicino al marketing che all’arte. E scorro nelle stagioni: nomi televisivi e influencer social, che richiamano il pubblico e poi lo allontanano con l’effetto boomerang di chi fatica a sostenere il mestiere che occorre per stare in scena, sera dopo sera, senza replicare sé stessi.

Accanto a questo teatro “monumento” pulsa però l’arcipelago dei teatri Off, piccoli spazi che sembrano il buco di Alice nel Paese delle Meraviglie: una volta caduti dentro, si scopre che la cooperazione è ancora un’opzione praticabile. Qui le direzioni si parlano, coordinano i calendari per non sovrapporsi, creano una rete organica che rimette al centro lo spettatore invece del brand. È il teatro dei 15 euro e dell’offerta libera, quello che abita le biblioteche e i cortili, portando Aristofane ai giovani con un’urgenza che le grandi sale hanno smarrito nel tentativo di essere “giovani per forza”. È il teatro che si autosostiene, con piccole produzioni indipendenti che spesso sono dei gioielli e dove nel pubblico trovi i colleghi ad applaudirti.

Milano vanta una densità teatrale da primato europeo: circa 80 sale attive, ovvero un teatro ogni 17.500 abitanti. Una “piccola Londra” potenziale a cui non mancano gli spazi, ma che rimane potenziale per mancanza di coraggio e chiarezza. Nel West End il teatro è un’abitudine quotidiana alimentata da una critica efficace dove il critico agisce come un paladino dello spettatore, un “super partes” che genera fiducia e propone non un azzardo inutile, ma l’occasione di una scoperta. 

Da noi la critica teatrale è scivolata in una zona grigia pericolosa dove spesso le recensioni sono scritte da addetti ai lavori per altri addetti ai lavori e il risultato è un linguaggio farcito di teatrese che non serve a chi deve decidere se uscire di casa o no. Questo crea una bolla di finto entusiasmo che il pubblico percepisce come inaffidabile. Quando lo spettatore paga 50 euro per una baracconata elogiata dai giornali, la volta successiva semplicemente non tornerà a teatro. A Milano, se uno spettacolo Off è un capolavoro ma non ha budget, resta invisibile.

In questo scenario mi tornano in mente le parole di Vivienne Westwood: «La cultura popolare è una contraddizione in termini. Se è pop, non è cultura». Il “pop” è ciò che consumiamo passivamente, è la morte del pensiero critico e quando il teatro rincorre la tendenza di turno per riempire le sedie, smette di essere cultura e diventa intrattenimento senza approfondimento.

Quindi, alla fin fine, perché sono ancora qui? Gomito a gomito col mio vicino di poltroncina? Resto perché il teatro è l’ultimo spazio di resistenza attiva alla propaganda. Resto perché credo ancora che la cultura sia, come diceva la Westwood, un’arma per renderci meno manipolabili.

Il teatro non deve essere pop: deve essere inquietante, deve porre domande, deve essere un'esperienza che ti cambia. 

Deve essere punk!