L'informazione muore e a nessuno gliene frega

Manuel Gandin

Stiamo sparendo e non lo sappiamo. Una quarantina di anni fa circa - perdonate ma vado a memoria, sempre più misera, peraltro - il grande Altan disegnò una vignetta che ci riguardava. C’era uno dei suoi omoni con l’orrendo enorme naso arricciato e gli occhi acquosi e vacui seduto dietro a un tavolo; guardava noi lettori tenendo in mano dei fogli: “Questo è tutto. Da domani le notizie ve le fate da soli, lavativi!”. In un’altra vignetta più recente, lo stesso, o quasi, brutto personaggio se ne esce con questo avviso: “Visto l’uso che ne fate, da oggi niente informazioni, brutti smidollati”.

Certo, i destinatari eravamo noi nel ruolo di lettori, ma sotto sotto chissà che Altan non volesse, invece, rivolgere il suo allarme al mondo dell’informazione. Se fosse così, maledizione!, ci avrebbe preso, eccome.

Perché, cambiando ruolo, passando da lettori a professionisti dell’informazione, ci tocca ammettere che sì, noi giornalisti stiamo svanendo. O, apocalitticamente: il giornalismo è destinato a morire.

E perdonate se, per la prima volta in vita mia, scrivo in prima persona, non me lo ero mai concesso, per scrupolo e rispetto di chi legge, ma stavolta m’azzardo. D’altra parte, l’uso del “tu” tra giornalista e intervistato è diventato “normale”, come se l’utente finale fosse inesistente, così lontano da non doversi più rivolgere a lui ma solo e soltanto alla persona di fronte. Provate a immaginare due tennisti che, anziché giocare l’uno contro l’altro, si mettessero nella stessa parte del campo a palleggiare e a consigliarsi amichevolmente. Che direbbe il pubblico? Sconcerto, delusione, infine un inevitabile: «Questi mi hanno stufato, è l’ultima volta che vengo a vederli». Così è per gli organi d’informazione, oggi: hanno stufato.

Riepiloghiamo. Prima hanno cominciato gli editori, smaltita la sbornia degli anni Ottanta-Novanta, a cercare altri luoghi di vendita (i supermercati, capaci esporre qualsiasi prodotto nello scomparto); subito dopo le edicole sono entrate in crisi e hanno cominciato a chiudere, e noi giornalisti capaci di dire soltanto: «Che peccato!».

Intanto le vendite calavano sempre più, una picchiata verso il fondo. E la televisione, con i suoi millanta telegiornali uno dopo l’altro, tutti uguali o quasi, schedati e sezionati dai partiti di riferimento, a tentare la via del traino, coi giochini stupidelli pre-Tg e con l’approfondimento (ma va, dai) del dopo-Tg. Niente. Nulla da fare, a parte qualche raro caso facilmente dimenticabile. Poi, l’arrivo della nuova divinità, il novello moloch: internet, e tutti gli organi d’informazione in ginocchio davanti al web. Rammento un direttore che voleva che internet fosse scritto con la i maiuscola, come fosse in carne e ossa.

Le notizie (divenute nel frattempo news) arrivavano più veloci che mai e i giornali e le tv non riuscivano a star dietro all’orda di fatti e misfatti che si trasformavano, appunto, in news nelle mani dei più rapidi giornalisti. Ma il peggio doveva ancora arrivare: et voilà, signore e signori, ed ecco a voi... i social, dove ognuno può scrivere quello che vuole. Il che non sarebbe neanche male, se ci fosse un minimo di autocoscienza: perché mai il mondo dovrebbe essere interessato a ciò che mi passa per la mente, se fino a qualche ora fa ero un perfetto sconosciuto? I pochi che si fanno questa domanda rinunciano a digitare fra ritrosie, timidezze, senso della realtà e della misura. Tutti gli altri, felicissimi di poter sguazzare in quel famoso quarto d’ora di celebrità.

Un giorno presi da parte una giovane giornalista, tutta entusiasta perché diceva di avere più di cento follower. Oggi sparirebbe dalla vergogna. Le dissi: «Ma scusa, perché questa novella agorà dovrebbe ascoltare quello che dici? Non ti basta dirlo, sempre in una qualsiasi piazza, ma reale, davanti a un caffè, a quei quattro amici e amiche con cui ti vedi e dici di star bene? O senti di avere un’idea irresistibile, rivoluzionaria, per il mondo intero? E poi, non sarà la stessa idea malsana che hanno tutti quelli come te, compresi i tuoi follower? Dunque, se fosse così, vorrebbe dire che ognuno ha un’idea strabiliante per la testa. Ti sembra possibile?». Mi mandò gentilmente affanculo, ridendo cordialmente. Ma io non ho mica capito se fosse davvero un invito a togliermi dalle scatole, con le mie vecchie idee.

Ora, con i social trionfanti, gongolanti e satolli, è scomparsa l’intermediazione tra un fatto che accade e il fruitore finale che magari quel fatto non lo conosceva, o forse sì, ne aveva sentito parlare ma voleva saperne ancora di più. E dunque, ecco che il giornalista, il responsabile dell’intermediazione, non ha più ragione di esistere, per i nuovi geni della tastiera. I quali convergono, di volta in volta, ora su un fatto di cronaca (tutti sociologi o criminologi), ora su una partita di volley (grandi conoscitori di sport mai praticati), ora sul perché i bitcoin vanno bene quando vanno bene, o vanno male quando vanno male (idealmente assisi alla scrivania che fu di Quintino Sella), ora sulle armi e la strategia di guerra (ecco il nuovo grande generale). E via dicendo, sulla qualsiasi e la qualunque.

Saltata l’intermediazione, si arriva alla faciloneria e, di lì, al trionfo della puttanata. Perché, si sa, se no ve lo dico io: la Terra è piatta, sulla Luna non ci siamo mai arrivati, lʼ11 settembre è solo un complotto, il covid è servito a inocularci un chip per meglio controllarci, e John Lennon, Jim Morrison ed Elvis Presley sono sempre vivi e vegeti ma non si sa dove né perché. E noi giornalisti, sempre più passivi e delusi, senza mai tentare uno scatto in avanti, di quelli forti intendo, perché finalmente se c’è da incazzarci facciamolo, no? Che paura abbiamo? A questo punto cosa c’è da perdere? Me lo ricordo quel direttore che ci diceva, appassionato: «Seguite i social, mi raccomando» a noi, ingenui, che eravamo cresciuti con «Seguite il denaro, mi raccomando». Noi a sognare un modesto e provinciale Watergate personale, con cui poterci gloriare per un po’, e invece niente da fare: segui le notizie, ma solo se vengono dai social.

Dovremmo diventare come cercatori d’oro e setacciare tutta la vita un pezzo di fiume per accontentarsi di una briciolina aurea del misero valore di qualche centesimo.

E dopo, che succederà? Oggi possiamo credere a una falsità, pardon, una fake news, se costruita con una certa cura. La medesima cura con cui il giornalismo ha sempre cercato di guardarsi dietro alle spalle, per non scrivere o dire sciocchezze che sarebbero bastate a farci buttare fuori dalla porta da un direttore con la Luna storta. Oggi tutto vale, quindi niente vale. È finita un’era, d’accordo, ma per andare dove?

I politici l’hanno capito bene, e infatti parlano come se fossero sui social, e in Parlamento s’informano se c’è la diretta per mettersi in mostra. Noi, da ragazzini di strada, ci accontentavamo di una divertente regola, ben sapendo che era falsa rispetto al gioco: tre corner un rigore. Loro, oggi: tre cazzate un follower o un elettore, e ci credono anche, col mento prominente per pensarsi autorevoli. E la Fieg, la Federazione degli editori dei giornali, scopre solo ora l’America: nella manovra finanziaria, infatti, non c’è un centesimo per sostenere l’editoria. Oibò, ma come mai? È pura coerenza, cari editori: perché mai i giornali dovrebbero ricevere dei soldi da questo Governo, quando la sua presidente del Consiglio si vanta pubblicamente di mal sopportare giornali, giornalisti, domande e inchieste?

Vabbè, torniamo seri: quando il giornalismo non ci sarà più, parlo di quello tradizionalmente inteso (ricerca della notizia, veridicità delle fonti, accuratezza nella scrittura e altre tecniche ormai buttate alle ortiche) come faremo a sapere se ciò che viene scritto e detto è vero o falso? Cosa sapremo – un esempio fra milioni – se l’accordo sui centri per migranti con l’Albania sia stato giusto per la nostra vita futura? Già, ma la vita è realtà e a noi che ce ne frega più della realtà? Meglio l’intelligenza artificiale, altro che fantasia al potere. Siamo come i lemmings, destinati a buttarci dall’alto della scogliera per morire.

P.S.: la leggenda dei lemmings che si suicidano è un vecchio falso, pardon, una fake news. Meglio precisarlo, prima che qualcuno ci creda davvero e dia il via un nuovo sproloquio on line.